Agli occhi di un gran numero di “continentali” la Sardegna appare come una meta prettamente estiva, dalle belle spiagge assolate e dai mari tanto azzurri quanto differenti, tra insenature e fondali dalle mille sfumature. Alcuni addirittura, forse scherzando, la definiscono come una striscia di terra circondata dal mare, con qualche pastore che, in compagnia delle proprie pecore, passeggia tra un nuraghe e l’altro. A pensarci vien da ridere.. o da piangere a seconda di come la si guardi! Ma la vera Sardegna è ben altra cosa, al di là della scintillante Costa Smeralda e dei luoghi comuni che per secoli l’hanno descritta.

Tradizioni antiche, leggende e miti resi eterni dalla trasmissione orale caratterizzano un territorio dai mille volti, che dà i natali a gente orgogliosa ed ospitale, capace di far sentire a casa ogni visitatore, accompagnandolo alla scoperta dei suoi tesori più nascosti, tra i quali troviamo ad esempio le misteriose “Maschere Sarde“.

I Mamuthones di Mamoiada

Tra le tante maschere forse la più conosciuta è quella dei Mamuthones, simbolo dell’affascinante Carnevale di Mamoiada. Loro tratto distintivo è l’inquietante e misteriosa maschera di colore nero chiamata Sa Bisera, realizzata mimando, ma allo stesso tempo trasfigurando, le forme del viso, con naso voluminoso, zigomi pronunciati e grandi labbra disposte in modo variabile, sempre angosciate o prive di espressione. Completano il quadro:
– sas peddhes, una sorta di mantello realizzato con la pelle di pecora ed indossato sopra l’abito
– sos husinzos, stivali classici dei pastori
– un copricapo, che assume una denominazione differente per uomini e donne,
– sa carriga, ossia 30 Kg di campanacci di diverse misure, altro elemento che, assieme a grappoli di piccole campanelle appese al collo, va a caratterizzare in maniera indiscutibile i Mamuthones.

I campanacci, legati sul corpo, risuonano mentre viene inscenata la danza tipica di queste straordinarie ed affascinanti maschere sarde.

Altra maschera di Mamoiada è quella dei Sos Issohadores, meno conosciuti e sicuramente meno “spaventosi”, che indossano una camicia bianca di lino sotto una giubba rossa realizzata in panno e chiamata Su Gurritu, con pantaloni bianchi, ghette chiamate Sas Cartzas, uno scialle da donna legato sui fianchi ed una cintura in cuoio impreziosita da dettagli in broccato e sonagli, che viene portata a tracolla. Al contrario dei Mamuthones la maschera, seppur simile nelle fattezze, è di colore bianco. Per tradizione chi veste i panni dei Mamuthones non può indossare quelli degli Issohadores e viceversa.

Dai racconti e dagli studi pare che l’antitesi tra Mamuthones ed Issohadores possa rappresentare l’antica lotta tra i Mori invasori ed i Sardi, che vide poi gli abitanti dell’isola vincitori. Ma le teorie e le leggende sono numerose, come quella che parla di riti propiziatori in onore del dio Dioniso.

Austis e i suoi tipici Colonganos

Altra maschera che sarebbe meglio non incontrare a notte fonda, magari in solitaria, è quella dei “Sos Colonganos” di Austis, caratterizzata dalla presenza di una pelle di martora o di volpe posizionata direttamente sul capo, con il viso coperto da una maschera nera di sughero a sua volta nascosta da dei rami di corbezzolo. Sul corpo troviamo delle pelli scure, in genere di pecora, con una sorta di “mantello di ossa” legato sulle spalle ed un forcone o un grande bastone in mano. Durante il carnevale, ma non solo, viene messa in scena una cerimonia che prevede anche una vittima sacrificale, S’Urtzu, il quale porta una pelle di cinghiale e si sporca il viso con il nero del carbone.

La rappresentazione vede Sos Colonganos danzare attorno ai fuochi, angosciati, con i bastoni che assieme vengono sbattuti per terra producendo un tonfo sordo, a cui segue un salto con movimento di spalle che permette al mantello di ossa di produrre anch’esso un suono. Contemporaneamente S’Urtzu mima una fuga.

Secondo la tradizione questa cerimonia assume tratti propiziatori e questo è testimoniato sia dall’uso della pianta sempreverde del corbezzolo, che dalla presenza delle ossa di animale, considerate simbolo dell’attesa di risurrezione.

Altro esempio di maschere sarde lo troviamo ad Ottana, cittadina che, durante il carnevale, vede ben 3 personaggi calcare le scene dell’evento, chiamati rispettivamente Su Boe, Sa Filonzana e Su Merdule.

Queste sono solo alcune della maschere tipiche della Sardegna, un assaggio di ciò che questo territorio ha da offrire a coloro che hanno la voglia di esplorarlo e comprenderlo a 360°.